Battaglia di Legnano

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Battaglia di Legnano

parte della guerra tra Guelfi e Ghibellini
La battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli
La battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli
Data 29 maggio 1176
Luogo Legnano
Esito Vittoria della Lega Lombarda e fine del tentativo di egemonizzazione dei comuni dell'Italia settentrionale da parte di Federico Barbarossa
Schieramenti
Comandanti
Armoiries Saint-Empire monocéphale.svg Federico Barbarossa CoA civ ITA milano.png sconosciuti
Effettivi
da 3.000 a 19.000/21.000 (2.000/3.000 cavalieri) da 3.500 a 20.000 (di cui 1.500 cavalieri)
Perdite
pesanti pesanti
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La battaglia di Legnano fu uno scontro armato avvenuto il 29 maggio 1176 tra l'esercito imperiale di Federico I "Barbarossa" e le truppe della Lega Lombarda. La battaglia, che ebbe luogo tra Legnano e Borsano, fu cruciale nella lunga guerra che fu combattuta dal Sacro Romano Impero Germanico per tentare di affermare il suo potere, almeno in linea di principio, sui Comuni dell'Italia settentrionale. Questi ultimi, ad un certo punto della guerra, misero da parte le reciproche rivalità e si allearono nella Lega Lombarda. Tale unione militare era guidata simbolicamente da papa Alessandro III.

La battaglia pose fine alla quinta discesa in Italia dell'imperatore Federico Barbarossa, che si concluse con la sconfitta di Legnano. Il Barbarossa cercò di risolvere la questione tentando l'approccio diplomatico, che sfociò qualche anno più tardi nella pace di Costanza (25 giugno 1183). Grazie ad essa l'imperatore riconosceva la Lega Lombarda e dava concessioni ai Comuni che la componevano.

La battaglia di Legnano potrebbe definirsi uno dei tanti scontri non previsti che avvennero durante questa guerra. Entrambi gli schieramenti, sebbene sapessero della presenza del nemico nei dintorni, si incontrarono improvvisamente senza avere il tempo di pianificare alcuna strategia.

Alla storica battaglia fa riferimento l'inno di Mameli che recita « Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano » in ricordo della vittoria delle popolazioni italiane su quelle straniere. Grazie a questa storica battaglia Legnano è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno Nazionale italiano.

Indice

Le premesse

Il contesto storico

Federico Barbarossa in una miniatura del 1188

I presupposti di uno scontro risolutivo tra i comuni dell'Italia settentrionale ed il potere imperiale affondano nella cosiddetta lotta per le investiture, che coinvolse il Papato ed il Sacro Romano Impero tra il XI ed il XII secolo e, con essi, le rispettive fazioni, i Guelfi e i Ghibellini. A tratti fu uno scontro talmente aspro, che diversi comuni del Nord Italia giunsero ad allontanare i propri vescovi con l'accusa di simonia, visto che erano stati investiti del proprio ruolo dall'imperatore e non dal Papa.

In questo contesto, si aggiunse anche la crisi del feudalesimo, che fu causata dalla crescita economica delle città dell'Italia settentrionale e dal conseguente desiderio di affrancamento di queste municipalità dal potere imperiale.

Inoltre, i predecessori di Federico Barbarossa, per varie vicissitudini, adottarono per un certo periodo, come politica nei confronti dell'Italia settentrionale, un atteggiamento di indifferenza. Come conseguenza di questo allentamento del potere imperiale, i comuni dell'Italia del nord iniziarono a combattersi a vicenda per tentare di instaurare un'egemonia degli uni sugli altri. La città che tentò a più riprese di predominare sulle altre fu Milano.

A questo si aggiunsero le angherie che perpetrate da Federico Barbarossa nei confronti del contado milanese. Gli avvenimenti che cagionarono l'insofferenza delle popolazioni contro il potere imperiale furono principalmente due. Per tentare di tagliare i rifornimenti a Milano, nel 1160 l'imperatore devastò l'area a nord di Milano distruggendo i raccolti e gli alberi da frutta degli agricoltori. Il secondo avvenimento è invece legato ai provvedimenti presi da Federico Barbarossa dopo la resa di Milano (1162). Il vicario dell'imperatore che amministrava il contado milanese dopo la sconfitta di Milano, obbligò gli agricoltori della zona a versare un pesante tributo annuale di derrate alimentari all'imperatore. Per tale motivo, la popolazione, con il passare del tempo, diventò sempre più ostile nei confronti del potere imperiale.

Le prime quattro discese in Italia e la Lega Lombarda

Pontida: targa commemorativa del giuramento

Per tentare di ristabilire il potere imperiale e di pacificare l'Italia settentrionale, Federico Barbarossa varcò per cinque volte le Alpi alla testa del suo esercito. La prima discesa, che iniziò nell'autunno del 1154, si concluse con la dieta di Roncaglia e con l'incoronazione di Federico. La seconda discesa, che invece iniziò nel giugno 1558, fu originata dalla riottosità di Milano ad accettare il potere imperiale. Questa lunga spedizione si concluse con la resa della città lombarda (1162).

Nel 1163 la ribellione di alcune città lombarde costrinse Federico Barbarossa a ridiscendere per la terza volta in Italia in una campagna militare che portò però ad un nulla di fatto. Nel 1166 l'imperatore ridiscese in Italia settentrionale per la quarta volta per una campagna che durò fino all'anno successivo e che non risolse la situazione. Approfittando dell'assenza di Federico, nel 1167, i comuni dell'Italia settentrionale si coalizzarono nella Lega Lombarda. L'anno successivo la Lega fondò una nuova città, Alessandria, chiamata così in onore di Papa Alessandro III, che parteggiava con i comuni lombardi. La Lega Lombarda era infatti simbolicamente capeggiata dal Sommo Pontefice. I comuni appartenenti alla Lega Lombarda suggellarono la loro alleanza, secondo la tradizione, il 7 aprile 1167 con il giuramento di Pontida. Tale avvenimento è però messo in dubbio dagli storici per il suo mancato accenno nelle cronache dell'epoca, ed a causa della prima menzione dell'avvenimento, che è tardiva, dato che compare in un documento del 1505.

La quinta ed ultima discesa

Nel 1174 Federico Barbarossa, per tentare di risolvere definitivamente la situazione, scese in Italia per la quinta volta. Prima dello scontro risolutivo di Legnano, l'imperatore riuscì ad assoggettare alcune città dell'Italia settentrionale tentando senza fortuna di conquistare Alessandria (1174-1175). Dopo questo sfortunato assedio, Federico Barbarossa si a Pavia, sua alleata, per tentare di trovare un accordo con la Lega, ma senza successo. Durante le trattative, l'imperatore pensò, ad un certo punto, che l'accordo fosse vicino e quindi licenziò parte del suo esercito.

Accortosi dell'errore computo, nella primavera del 1176, l'imperatore incontrò a Chiavenna il cugino Enrico il Leone ed altri feudatari con l'obbiettivo di chiedere rinforzi per la prosecuzione della sua quinta campagna d'Italia. Al diniego di Enrico, Federico Barbarossa si rivolse alla moglie ed ai vescovi di Colonia e Magdeburgo chiedendo truppe aggiuntive da spedire in Italia. Quando queste truppe giunsero, Federico si accorse che non erano così numerose come aveva sperato, dato che erano costituite solamente da un migliaio di cavalieri. Nonostante il numero insufficiente di rinforzi dalla Germania, l'imperatore decise di lasciare le vallate alpine riprendendo la marcia da Como verso Pavia con l'obiettivo di riunirsi col resto delle sue milizie. Federico Barbarossa decise comunque di affrontare l'esercito della Lega Lombarda indipendentemente dall'entità degli aiuti ricevuti, che era esigua. La Lega Lombarda, d'altro canto, decise di cercare il contatto con l'esercito imperiale per impedire a Federico Barbarossa di congiungersi a Pavia con il resto delle proprie armate.

Le fasi dello scontro

Il primo contatto tra gli eserciti nei dintorni di Borsano

Cascina Brughetto a Sacconago

La notte del 29 maggio 1176, durante la sua discesa verso Pavia, l'imperatore si trovava con le sue truppe presso Cairate. Questa informazione non giunse però ai capi della Lega Lombarda, che erano infatti convinti che il Barbarossa fosse ancora distante, a Bellinzona. Per questo motivo il Carroccio, scortato da centinaia di cavalieri, fu trasferito da Milano a Legnano e venne posizionato lungo una scarpata fiancheggiante l'Olona per avere una difesa naturale almeno su un lato. Il Carroccio, che trasportava la croce di Ariberto d'Intimiano, era l'emblema dell'autonomia dei comuni appartenenti alla Lega Lombarda. La restante parte dell'esercito della Lega Lombarda seguiva invece con ragguardevole distacco lungo la strada tra il capoluogo lombardo e Legnano. La scelta di collocare il Carroccio a Legnano non fu fortuita. All'epoca il borgo legnanese rappresentava, per chi proveniva da nord, il passaggio di accesso al contado milanese: tale varco doveva essere quindi chiuso e strenuamente difeso per prevenire l'attacco a Milano. Inoltre, la popolazione della zona non era ostile alle truppe della Lega Lombarda a causa delle già citate devastazioni operate da Federico Barbarossa sul territorio qualche anno prima.

Nel frattempo alcune avanguardie dell'esercito della Lega Lombarda di stanza a Legnano, che erano formate da 700 cavalieri, si staccarono dal grosso dell'esercito e perlustrarono il territorio tra Borsano e Busto Arsizio. A tre miglia da Legnano, nei pressi dell'odierna Cascina Brughetto, le truppe lombarde in avanscoperta incrociarono - appena fuori da un bosco - 300 cavalieri dell'esercito imperiale, che rappresentavano però solo le avanguardie delle truppe di Federico Barbarossa. Essendo numericamente superiori, i cavalieri della Lega Lombarda attaccarono la colonna imperiale riuscendo, perlomeno all'inizio, ad avere la meglio. Subito dopo i primi scontri l'imperatore Federico Barbarossa sopraggiunse con il grosso dell'esercito e caricò i lombardi. Alcuni cronisti dell'epoca riportano che i consiglieri del Barbarossa suggerirono all'imperatore di temporeggiare per preparare una nuova strategia, ma il Sovrano rifiutò per approfittare della superiorità numerica. Le sorti della battaglia si ribaltarono temporaneamente, dato che le truppe tedesche costrinsero le prime file dell'esercito lombardo ad indietreggiare in preda alla confusione.

La durezza degli scontri obbligò poi i cavalieri lombardi a ritirarsi verso Milano, lasciando soli i soldati che erano a Legnano a difesa del Carroccio. Il Barbarossa decise quindi di attaccare quest'ultimo, dato che era difeso solo dalla fanteria e da un esiguo numero di cavalieri.

Il Carroccio durante la battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli

A questo punto accadde un fatto eccezionale. I fanti, attaccati dal Barbarossa, si arroccarono istintivamente intorno al Carroccio tramite un nuovo sistema di difesa, lo schiltron. I fanti lombardi si organizzarono su tre linee difensive, ognuna delle quali era formata da soldati protetti da scudi. Tra uno scudo e l'altro erano poi allungate le lance. Durante il furioso combattimento, che durò otto-nove ore dal mattino alle tre del pomeriggio, le prime due linee alla fine cedettero, ma la terza resistette alle continue cariche.

Nel frattempo le truppe comunali che stavano ripiegando verso Milano incontrarono il grosso dell'esercito della Lega Lombarda che si stava muovendo verso Legnano. L'esercito comunale, ora riunificato, si mosse verso Legnano e giunto al Carroccio attaccò le truppe imperiali sui fianchi. Intuendo che il cuore della battaglia fosse ormai intorno al Carroccio, Federico Barbarossa, con l'audacia che gli era abituale, si gettò nel bel mezzo della mischia cercando di incoraggiare le sue truppe senza però apprezzabile risultato. Per giunta l'imperatore, nel fervore della battaglia, venne disarcionato e sparì alla vista dei combattenti. I tedeschi cominciarono quindi a scoraggiarsi e andarono incontro, anche per questo motivo, ad una sconfitta totale.

Gli imperiali tentarono di fuggire verso il Ticino passando probabilmente da Dairago e Turbigo, ma furono inseguiti dalle truppe della Lega Lombarda. Le acque del fiume furono infatti il teatro delle ultime fasi della battaglia, che si concluse con la cattura e l'uccisione di molti soldati dell'esercito imperiale. L'imperatore ebbe poi grosse difficoltà a sfuggire alla cattura ed a raggiungere la fedele Pavia.

Dopo la battaglia i milanesi scrissero ai bolognesi una lettera dove affermavano, tra le altre cose, di avere in custodia, proprio a Milano, un cospicuo bottino ed un grande numero di prigionieri tra cui il conte di Andechs Bertoldo, un nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia.

L'analisi della battaglia

La battaglia di Legnano in un dipinto di Massimo d'Azeglio (1831)

Una delle fasi più importanti della battaglia fu l'energica resistenza della fanteria intorno al Carroccio. Sotto l'emblema dell'autonomia delle loro municipalità, i soldati lombardi, in inferiorità numerica, resistettero contro un esercito superiore e per di più a cavallo.

Inoltre, il Carroccio aveva anche una funzione tattica. Essendo un simbolo molto importante, in caso di ripiegamento, l'esercito lombardo sarebbe stato obbligato a proteggerlo ad ogni costo. Come conseguenza, proprio per stare attorno al carro, i fanti lombardi formarono inavvertitamente uno schiltron. La posizione delle lance all'interno di questa formazione, che erano tutte rivolte all'esterno, fu sicuramente un altro motivo responsabile della vittoriosa resistenza, dato che costituì un baluardo difensivo difficilmente superabile.

Questa battaglia rappresenta un esempio in cui la fanteria medievale ha dimostrato il suo potenziale tattico nei confronti della cavalleria. La vittoria dei lombardi va però anche ripartita con la cavalleria leggera giunta in seguito, che assestò la carica decisiva contro gli imperiali.

Le fonti ed i luoghi dello scontro

Oggi è difficile stabilire con precisione i luoghi esatti dove avvennero gli scontri. Il motivo principale risiede nella scarsità di informazioni autentiche scritte dai cronisti contemporanei all'avvenimento. In media, le cronache dell'epoca che trattano della battaglia di Legnano sono composte da scritti che sono formati da un numero di parole compreso tra cento e duecento. L'eccezione è la "Vita di Alessandro III" redatta dal cardinale Bosone, che raggiunge le quattrocento parole. In aggiunta, c'è anche il problema delle storpiature dei toponimi effettuate dai copisti dell'epoca, che non conoscevano i luoghi della zona.

La prima fase della battaglia, che è collegata allo scontro iniziale tra i due eserciti, pare abbia avuto luogo tra Borsano e Busto Arsizio. Questa tesi è suffragata anche da un libro di monsignor Carlo Annoni dove viene citato un documento di un cronista anonimo, forse riportato successivamente da Sire Raul, nella cui opera ("Gesta Federici I imperatoris in Lombardia" ovvero "Le gesta dell'imperatore Federico I in Lombardia") si racconta che:

(LA)

« Postea vero MCLXXVI quarto Kal. Iunii, die sabbati, cum essent Mediolanenses iuxta Legnanum, et cum eis essent milites Laude L et milites Novarie et Vercellarum circa trecentos, Placentie vero circa duecentos, militia Brixie et Verone et totius Marchie, pedites vero proficiscebantur ad exercitum Mediolanensium: Federicus imperator erat cum Cumanis omnibus castrametatus iuxta Cairate cum Theothonicis militibus fere mille; et dabatur, quod erant duo milia, quos venire fecerat per Disertinam tam privatissime, quod a nemine Longobardorum potuit sciri. Imo cum dicebatur, quod esset apud Bilinzonam, fabulosum videbatur. Et cum vellet transire et Papiam ire, credens, quod Papienses deberent ei obviare, Mediolanenses obviaverunt ei cum suprascriptis militibus inter Borxanum et Busti Arsitium, et ingens proelium inchoatum est. Imperator vero milites qui erant ex una parte iuxta carocerum fugavit, ita quod fere omnes Brixienses et de ceteris pars magna fugerunt usque Mediolanum et viriliter pugnaverunt. Postremo imperator versus est in fugam, Cumani vero fere omnes capti fuerent, Theothonicorum multi capti, interfecti, et muti in Ticino necati sunt. »
(IT)

«  Poi sabato 29 maggio 1176, mentre i Milanesi si trovavano presso Legnano insieme con cinquanta cavalieri di Lodi, circa trecento di Novara e Vercelli, circa duecento di Piacenza, con la milizia di Brescia, Verona e di tutta la Marca (i fanti di Verona e di Brescia erano in città, altri erano vicino per strada e venivano a raggiungere l'esercito dei Milanesi), l'imperatore Federico era accampato con tutti i Comaschi presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi, e si diceva che fossero duemila quelli che aveva fatto venire attraverso la valle di Disentis così segretamente che nessuno dei Lombardi aveva potuto saperlo. Anzi, quando si diceva che erano presso Bellinzona, sembrava una favola. L'imperatore voleva passare ed andare a Pavia, credendo che i Pavesi dovessero venirgli incontro. Invece gli vennero, incontro i Milanesi con i cavalieri indicati sopra, tra Borsano e Busto Arsizio, e fu attaccata un'ingente battaglia. L'imperatore mise in fuga i cavalieri che erano da una parte presso il carroccio, cosicché quasi tutti i Bresciani e gran parte degli altri fuggirono verso Milano, come pure gran parte dei migliori Milanesi. Gli altri si fermarono, presso il carroccio con i fanti di Milano e combatterono eroicamente. Infine l'imperatore fu volto in fuga, i Comaschi furono catturati quasi tutti, dei Tedeschi molti furono presi ed uccisi, molti morirono nel Ticino  »
(Cronista anonimo, Le gesta dell'imperatore Federico I in Lombardia)

Per quanto riguarda invece le fasi finali della battaglia, che sono ricollegate alla difesa del Carroccio ed ai successivi e risolutivi scontri tra i due eserciti, esiste un'opera che ci fornisce un'indicazione importante. In tale testo (la "Vita di Alessandro III" redatta dal cardinale Bosone, che fu contemporaneo della battaglia) si indicano i toponimi, evidentemente storpiati dai copisti, di Barrano e Brixiano, che potrebbero indicare Legnano e Borsano oppure Busto Arsizio e Borsano. Nel citato documento è però indicata con precisione la distanza tra il luogo delle ultime fasi della battaglia e Milano, 15 miglia, che è la distanza esatta tra Legnano ed il capoluogo lombardo. Questa distanza di 15 miglia è stata poi utilizzata per riferirsi a Legnano anche in documenti successivi. Tale fonte cita anche la distanza di 3 miglia da Legnano in riferimento al primo contatto dei due eserciti, confermando l'ipotesi che questa fase dello scontro sia avvenuta tra Borsano e Busto Arsizio. Invece, per quanto riguarda l'individuazione del luogo dove le truppe della Lega Lombarda in fuga incontrarono la restante parte dell'esercito, le fonti sono discordanti.

Il fiume Olona a Legnano

Per quanto concerne invece l'ubicazione esatta del Carroccio in riferimento ai toponimi della Legnano attuale, una delle cronache dello scontro, gli Annali di Colonia, contiene un'informazione importante. Perché nessun combattente potesse fuggire, i Lombardi " aut vincere aut mori parati, grandi fossa suum exercitum circumdederunt ", ossia "pronti a vincere o a morire sul campo, collocarono il proprio esercito all'interno di una grande fossa". Ciò farebbe pensare al fatto che il Carroccio fosse situato sul bordo di un ripido pendio fiancheggiante l'Olona così che la cavalleria imperiale, il cui arrivo era previsto lungo il corso del fiume, sarebbe stata obbligata ad assalire il centro dell'esercito della Lega Lombarda risalendo tale avvallamento. Considerando le fasi dello scontro questo potrebbe significare che le fasi cruciali a difesa del Carroccio siano state combattute sul territorio dei quartieri legnanesi di San Martino oppure di "costa di San Giorgio", non essendo in altra parte del Legnanese individuabile un altro avvallamento con caratteristiche adatte alla sua difesa. Considerando l'ultima ipotesi citata, lo scontro finale potrebbe essere avvenuto anche su parte del territorio ora appartenente al comune di San Giorgio su Legnano. Una leggenda popolare narra che a quei tempi una galleria sotterranea metteva in comunicazione San Giorgio su Legnano al castello di Legnano e che per questo cunicolo Federico Barbarossa fosse riuscito a fuggire ed a salvarsi dopo la disfatta militare. Nel XX secolo, durante alcuni scavi, furono effettivamente trovati dei tronconi di una galleria sotterranea molto antica. Il primo, non lontano da San Giorgio su Legnano, fu esplorato da uno degli operai che lo riportarono alla luce. L'operaio venne dissuaso dall'esplorazione dopo aver percorso 5 o 6 metri a causa di un fiato di vento che gli spense la candela. Un secondo troncone fu scoperto a Legnano e subito ostruito dall'Amministrazione comunale per ragioni di sicurezza. Inoltre, durante alcuni scavi effettuati nel 2014 presso il castello di Legnano, è stato individuato l'ingresso di una galleria segreta.

Alberto da Giussano e la Compagnia della Morte

Secondo una leggenda raccontata per la prima volta dal cronista trecentesco Galvano Fiamma, alla testa della cavalleria lombarda si trovava la Compagnia della Morte. Tale compagine era composta da 900 cavalieri ed era guidata, sempre secondo Galvano, da Alberto da Giussano. I componenti della compagnia pare provenissero principalmente da Brescia e da altri comuni della Lombardia orientale. La Compagnia della Morte, secondo il racconto di questo cronista, diresse la carica finale contro l'esercito imperiale, che venne messo in rotta: l'imperatore, disarcionato, fuggì a piedi.

I racconti di Fiamma andrebbero presi però con il beneficio del dubbio dato che nelle sue cronache sono presenti delle inesattezze, delle imprecisioni oltre che dei fatti leggendari. Per quanto concerne quest'ultimo aspetto Fiamma dichiara che un certo "prete Leone" abbia visto tre colombe uscire dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro. I tre uccelli si appoggiarono poi sul Carroccio durante la battaglia e causarono la fuga del Barbarossa. In queste cronache è anche citato il fatto che le compagini militari che difesero il Carroccio fossero tre. La prima era la già citata Compagnia della Morte, che comprendeva 900 cavalieri, ognuno dei quali sarebbe stato provvisto di un anello d'oro. La seconda compagnia era invece formata da 300 popolani, mentre la terza sarebbe stata costituita da 300 carri falcati, ognuno dei quali era guidato da dieci soldati.

Da queste asserzioni si può certamente dedurre l'inattendibilità dei racconti del Galvano. È infatti inverosimile che la battaglia sia stata vinta dalla Lega Lombarda grazie a tre colombe che misero in fuga il Barbarossa. Inoltre pare altrettanto dubbio il fatto che Milano, durante la situazione di ristrettezza economica causata dalla guerra, avesse fornito ben 900 anelli d'oro ai cavalieri. In aggiunta pare strano che le altre cronache dell'epoca non menzionino la presenza di 300 carri falcati, che sarebbe stato un avvenimento molto particolare senz'altro degno di nota. Inoltre, le cronache storicamente più attendibili non citano né Alberto da Giussano e neppure le tre compagnie militari. Ciò suffraga la tesi che questi fatti raccontati in realtà non siano altro che delle fantasie di Galvano.

Il significato postumo

Corso Garibaldi verso piazza San Magno a Legnano in una foto d'epoca. Sulla sinistra, si intravede il balcone da cui Giuseppe Garibaldi parlò ai legnanesi

Nei secoli successivi la battaglia di Legnano non restò nella memoria degli italiani perché all'epoca non esisteva una coscienza collettiva nazionale. L'italia, all'epoca, continuò ad essere divisa in molti stati - autonomi o dipendenti da potenze straniere - che erano caratterizzati da usi, costumi e lingue differenti. Iniziò ad essere considerata come uno dei simboli della lotta per l'unità nazionale nel XIX secolo, quando l'Italia iniziò ad essere percorsa da quei fermenti patriottici che erano indirizzati alla cacciata degli austriaci dal suolo nazionale. In questo contesto, la battaglia di Legnano fu riscoperta dagli intellettuali dell'epoca, e ciò fu anche causato dalla medesima origine teutonica che accomunava Federico Barbarossa agli imperatori austriaci. Nel XIX secolo, gli intellettuali risorgimentali diedero molta evidenza ai fatti leggendari collegati alla battaglia, come la presenza, tra le fila della Lega Lombarda, di Alberto da Giussano oppure la comparsa delle tre colombe sul carroccio che misero in fuga Federico Barbarossa. Inoltre, da un punto di vista strettamente storico, la battaglia di Legnano non fece parte di una guerra contro lo straniero. Infatti, nell'esercito imperiale, erano compresi anche i pavesi e i comaschi, che si allearono con il Barbarossa per arginare l'espansione di Milano. I comuni italiani che presero parte alla battaglia, sia quelli che appartenevano alla Lega Lombarda che quelli alleati con Federico Barbarossa, facevano ognuno gli interessi della propria municipalità ed i primi, in particolare, non erano mossi da sentimenti nazionali contro lo straniero invasore.

Il 16 giugno 1862, in pieno periodo risorgimentale, Giuseppe Garibaldi visitò Legnano. Da un balcone di un palazzo del centro cittadino l'Eroe dei due mondi fece un discorso ai legnanesi incitandoli ad erigere un monumento in ricordo della battaglia. I legnanesi seguirono l'esortazione di Garibaldi e nel 1876 innalzarono un primo monumento in occasione settecentesimo anniversario dello scontro. Questa statua, che venne realizzata da Egidio Pozzi, fu poi sostituita nel 1900 da quella attuale, che è invece opera di Enrico Butti.

Ricorrenze

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palio di Legnano.

Per commemorare la battaglia a Legnano si svolge annualmente, nell'ultima domenica di maggio, il Palio cittadino. Alla corsa ippica a pelo che chiude la manifestazione concorrono le otto contrade storiche della città. La rievocazione storica comprende anche un corteo di oltre mille figuranti in abiti medievali, fedeli ricostruzioni dell'epoca. Il corteo si snoda attraverso Legnano per finire allo stadio della città, dove ha poi luogo la gara ippica.

In ambito istituzionale, la data del 29 maggio è stata scelta come festa regionale della Lombardia.

Note

Bibliografia

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  • Don Rinaldo Beretta - 1970 - Il giuramento di Pontida e la Società della Morte nella battaglia di Legnano. Storia o leggenda?, Como, pp. 86.
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