Battaglia di Legnano

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Battaglia di Legnano

parte della guerra tra Guelfi e Ghibellini
La battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli
La battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli
Data 29 maggio 1176
Luogo Legnano
Esito Vittoria della Lega Lombarda e fine del tentativo di egemonizzazione dei comuni dell'Italia settentrionale da parte di Federico Barbarossa
Modifiche territoriali Nessuna
Schieramenti
Comandanti
Armoiries Saint-Empire monocéphale.svg Federico Barbarossa CoA civ ITA milano.png Guido da Landriano
Effettivi
da 1.000 a 3.000 da 12.000 a 15.000
Perdite
pesanti abbastanza lievi
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La battaglia di Legnano fu uno scontro armato avvenuto il 29 maggio 1176 tra l'esercito imperiale di Federico I "Barbarossa" e le truppe della Lega Lombarda che ebbe luogo tra Legnano e Borsano. Essa fu cruciale nella lunga guerra che fu combattuta dal Sacro Romano Impero Germanico per tentare di affermare il suo potere sui Comuni dell'Italia settentrionale. Questi ultimi, ad un certo punto della guerra, misero da parte le reciproche rivalità e si allearono nella Lega Lombarda. Tale unione militare era guidata simbolicamente da papa Alessandro III.

A Legnano, entrambi gli schieramenti, sebbene sapessero della presenza del nemico nei dintorni, si incontrarono improvvisamente senza avere il tempo di pianificare alcuna strategia. La battaglia pose fine alla quinta ed ultima discesa in Italia dell'imperatore Federico Barbarossa, che si concluse con la sconfitta di Legnano. Il Barbarossa cercò di risolvere la questione tentando l'approccio diplomatico, che sfociò qualche anno più tardi nella pace di Costanza (25 giugno 1183). Grazie ad essa l'imperatore riconosceva la Lega Lombarda e dava concessioni ai Comuni che la componevano ponendo fine al suo tentativo di egemonizzazione dei comuni dell'Italia settentrionale.

Alla storica battaglia fa riferimento l'inno di Mameli che recita " Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano " in ricordo della vittoria delle popolazioni italiane su quelle straniere. Grazie a questa storica battaglia, Legnano è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno Nazionale italiano. A Legnano, per commemorare l'omonima battaglia, si svolge annualmente dal 1935, all'ultima domenica di maggio, il Palio cittadino.

Le premesse

Il contesto storico

I presupposti di uno scontro risolutivo tra i comuni dell'Italia settentrionale ed il potere imperiale ebbero origine nella cosiddetta lotta per le investiture che coinvolse tra il XI ed il XII secolo il Papato e il Sacro Romano Impero con le rispettive fazioni, i Guelfi e i Ghibellini. A tratti fu uno scontro così aspro che diversi comuni del Nord Italia giunsero ad allontanare i propri vescovi con l'accusa di simonia, visto che erano stati investiti del proprio ruolo dall'imperatore e non dal Papa.

Federico Barbarossa in una miniatura del 1188

In questo contesto si aggiunse anche la crisi del feudalesimo, che fu causata dalla crescita economica delle città dell'Italia settentrionale e dal conseguente desiderio di affrancamento di queste municipalità dal potere imperiale. Inoltre, la parte italiana del Sacro Romano Impero era notevolmente differente da quella teutonica da un punto vista sociale, economico e politico. Inoltre, la nobiltà italiana dei territori dominati dall'Impero non era coinvolta nella politica di amministrazione dello Stato come lo era quella teutonica. Per questi motivi, tra il XI ed il XII secolo, le città dell'Italia settentrionale conobbero una fase di fermento che portò alla nascita del comune medioevale. Questa nuova forma di autogoverno locale si basava su un organo collegiale elettivo che aveva compiti amministrativi, giudiziari e di sicurezza e che eleggeva a sua volta i consoli. Tale mutamento istituzionale fu contemporaneo alla lotta per le investiture. Ciò non fu un caso. Nei periodi in cui il vescovo, che aveva anche una forte ingerenza sulle questioni civili della città, era coinvolto nelle diatribe tra Impero e Papato, i cittadini furono obbligati a cercare una forma di autogoverno che li sganciasse dal potere ecclesiastico in grave difficoltà. Questo portò ad un'altra conseguenza: i cittadini, dato che iniziarono ad autogovernarsi, presero più consapevolezza degli affari pubblici del proprio comune, accettando sempre meno la rigida struttura feudale, che prevedeva una gestione del governo molto più rigida e gerarchica. Questo mutamento che portò ad una gestione collegiale dell'amministrazione pubblica affondava le radici nella dominazione longobarda. Questo popolo germanico era infatti avvezzo a dirimere le questioni più importanti (principalmente in campo militare) tramite un'assemblea presieduta dal re e composta dai soldati più valorosi, il cosiddetto "arengo" (termine che deriva dal longobardo herr, "uomo", e da ring, "cerchio"). I consoli medioevali rappresentavano però le classi più potenti della città e non erano quindi un'espressione di autogoverno pienamente democratico. L'evoluzione storica dei comuni dell'Italia settentrionale portò quindi ad una situazione in cui le varie municipalità non si riconoscevano più nelle secolari istituzioni feudali.

Inoltre, i predecessori di Federico Barbarossa, per varie vicissitudini, adottarono per un certo periodo, come politica nei confronti dell'Italia settentrionale, un atteggiamento di indifferenza. In altre parole, gli imperatori che precedettero Federico Barbarossa, badarono di più a costituire dei rapporti con i comuni che prevedessero una supervisione della situazione piuttosto che l'impedimento della crescita delle città. Come conseguenza dell'allentamento del potere imperiale, i comuni dell'Italia del nord iniziarono a combattersi a vicenda per tentare di instaurare un'egemonia degli uni sugli altri. La città che tentò a più riprese di predominare sulle altre fu Milano. Federico Barbarossa invece ripudiò la politica dei suoi predecessori e volle ristabilire il potere imperiale sui comuni dell'Italia settentrionale anche sulla scorta delle richieste di alcuni di questi ultimi, che chiesero a più riprese l'intervento imperiale per limitare il desiderio di supremazia di Milano. Quest'ultima, ad esempio, nel 1111 e nel 1127 conquistò, rispettivamente, Lodi e Como, e obbligò ad un atteggiamento di passività Pavia, Cremona e Bergamo.

A questo si aggiunsero le angherie perpetrate da Federico Barbarossa nei confronti del contado milanese. Gli avvenimenti che cagionarono l'insofferenza delle popolazioni contro il potere imperiale furono principalmente due. Per tentare di tagliare i rifornimenti a Milano durante una delle sue discese in Italia, nel 1160 l'imperatore devastò l'area a nord di Milano distruggendo i raccolti e gli alberi da frutta degli agricoltori. In particolare, il Barbarossa, in quindi giorni, devastò le campagne di Vertemate, Mediglia, Verano, Briosco, Legnano, Nerviano, Pogliano e Rho. Il secondo avvenimento è invece legato ai provvedimenti presi da Federico Barbarossa dopo la resa di Milano (1162). Il vicario dell'imperatore che amministrava il contado milanese dopo la sconfitta di Milano obbligò gli agricoltori della zona a versare un pesante tributo annuale di derrate alimentari all'imperatore. Per tale motivo la popolazione con il passare del tempo diventò sempre più ostile nei confronti del potere imperiale.

Le prime tre discese di Federico Barbarossa in Italia

Papa Alessandro III

Per tentare di ristabilire il potere imperiale e di pacificare l'Italia settentrionale, Federico Barbarossa varcò le Alpi alla testa del suo esercito per cinque volte. La prima discesa, che iniziò nell'autunno del 1154 alla testa di soli 1.800 uomini, portò ad assediare e conquistare le riottose Asti, Chieri, Tortona ed alcuni castelli del contado milanese, ma non il capoluogo meneghino, dato che non possedeva forze sufficienti. Questa campagna militare proseguì con la dieta di Roncaglia, con cui Federico Barbarossa ristabilì l'autorità imperiale annullando, tra l'altro, le conquiste fatte da Milano negli anni precedenti, soprattutto nei confronti di Como e Lodi. La prima parte del viaggio proseguì lungo la via Francigena e si concluse con la sua incoronazione a Roma a Sovrano del Sacro Romano Impero da parte di Papa Adriano IV (18 giugno 1155). Durante il suo soggiorno a Roma, Federico Barbarossa, che era partito dal nord con il solo titolo di Re di Germania, fu duramente contestato dal popolo dell'Urbe. Federico reagì e soffocò nel sangue la rivolta. Con questa prima campagna militare, i rapporti tra il Sacro Romano Impero ed il Papato iniziarono a peggiorare. Durante il viaggio di ritorno in Germania, distrusse Spoleto, incolpata di aver corrisposto il fodro, cioè le tasse da versare al Sovrano, con valuta falsa. Già durante questa prima discesa, si vide subito la differenza tra Federico Barbarossa e i suoi predecessori. Il Barbarossa dimostrò infatti la sua avversione verso le autonomie comunali e la sua volontà di ristabilire un potere effettivo sul Nord Italia.

I milanesi al cospetto di Federico Barbarossa chiedono clemenza dopo la resa della città (1162).

La seconda discesa, che invece iniziò nel giugno 1558, fu originata dalla riottosità di Milano e dei comuni alleati ad accettare il potere imperiale. Questa lunga spedizione iniziò con l'attacco di Federico Barbarossa a Milano ed ai suoi alleati nel contado milanese. Dopo aver sconfitto Brescia, che era alleata di Milano, e aver liberato Lodi dal giogo milanese, il Barbarossa diresse l'attacco al capoluogo meneghino, che accettò di arrendersi (8 settembre 1158) per evitare un lungo e sanguinoso assedio. Milano perse nuovamente le conquiste fatte negli anni precedenti (Como, Pavia, il Seprio e la Brianza), ma non fu rasa al suolo. Federico Barbarossa, a questo punto, convocò una seconda dieta di Roncaglia (autunno 1158) dove reclamò nuovamente il potere imperiale sui comuni del nord Italia, con l'autorità del Sovrano che trascendeva quella delle istituzioni locali, e che le regalie fossero interamente versate al Sovrano. I proclami della dieta di Roncaglia ebbero effetti dirompenti sui comuni italiani, che si ribellarono subito. Dopo aver ricevuto rinforzi dalla Germania ed aver attaccato conquistato diverse municipalità ribelli dell'Italia settentrionale durante una lunga campagna militare che durò qualche anno, il Barbarossa rivolse la sua attenzione nei confronti di Milano, che fu prima assediata e poi, dopo la sua resa (1° marzo 1162), rasa al suolo. Sorte analoga toccò a diverse città alleate di Milano. Federico Barbarossa, dopo la distruzione di Milano, acuì ancora di più la stretta del potere imperiale sulle città italiane andando oltre alle disposizioni decise alla seconda dieta di Roncaglia. Infatti predispose una struttura burocratica gestita da funzionari che rispondevano direttamente all'Imperatore in luogo delle autonomie comunali. A capo delle città ribelli, inoltre, fu messo un podestà, che era di nomina imperiale. La seconda discesa in Italia fu anche funestata dalla morte di Papa Adriano IV, a cui successe Papa Alessandro III, che si dimostrò ben presto particolarmente ostile all'imperatore e sodale con i comuni lombardi.

Nel 1163 la ribellione di alcune città dell'Italia nordorientale costrinse Federico Barbarossa a ridiscendere per la terza volta in Italia in una campagna militare che portò però ad un nulla di fatto, soprattutto nei confronti della Lega Veronese, che nel frattempo si era costituita tra alcune città della Marca di Verona. Con la Lombardia pacificata, il Barbarossa preferì infatti rinviare lo scontro con gli altri comuni dell'Italia settentrionale a causa della scarsità numerica delle sue truppe e quindi, dopo aver toccato con mano la situazione, tornò in Germania preferendo rinviare lo scontro.

La quarta campagna militare in Italia e la Lega Lombarda

Pontida: targa commemorativa del giuramento costitutivo della Lega Lombarda (1167).

Alla fine del 1166 l'imperatore scese in Italia settentrionale per la quarta volta alla testa di un poderoso esercito. Per evitare la Marca di Verona, invece che dalla consueta valle dell'Adige, varcò la Alpi dal consueto Brennero e piegò verso la Val Camonica. Il suo obbiettivo non erano però i riottosi comuni italiani, bensì il Papato. Come prova di forza, ed a scopo dimostrativo, prima di dirigersi verso sud, attaccò alcune città del nord Italia. Nella sua campagna rivolta al papato, Federico Barbarossa parteggiava per l'Antipapa Pasquale III, che nel frattempo aveva scalzato dal Soglio di Pietro il pontefice legittimo, Papa Alessandro III. Quest'ultimo, nel 1165, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli altri Sovrani europei, era infatti tornato a Roma, ma il Barbarossa, memore del ruolo che ebbero i suoi predecessori sulle nomine papali, decise di intervenire direttamente. Il Barbarossa giunse vittorioso a Roma, ma un'epidemia che si diffuse tra le fila dell'esercito imperiale e che toccò anche Federico, forse malaria, costrinse l'Imperatore a lasciare la Città Eterna, che nel frattempo si era arresa, e a tornare precipitosamente nel nord Italia in cerca di rinforzi (agosto 1167).

Qualche mese prima dell'epidemia che colpì l'esercito imperiale, i comuni dell'Italia settentrionale si erano coalizzati nella Lega Lombarda. I comuni appartenenti a questa unione militare, il cui nome in latino era Societas Lombardiae, suggellarono la loro alleanza, secondo la tradizione, il 7 aprile 1167 con il giuramento di Pontida. Tale avvenimento è però messo in dubbio dagli storici per il suo mancato accenno nelle cronache dell'epoca ed a causa della prima menzione del giuramento, che è tardiva, dato che compare in un documento del 1505. Il 1° dicembre 1167, nella Lega Lombarda confluì la già citata Lega Veronese. Giunto nel nord Italia, Federico decise di affrontare la Lega, ma trovandosi in una situazione di stallo che venne causata da assedi falliti e dalla crescita costante del numero di città che aderivano all'alleanza militare del Nord Italia, decise di rinviare il confronto e di tornare in Germania (1168). Dopo la partenza dell'Imperatore, il ruolo della Lega Lombarda si limitò alla risoluzione delle diatribe tra i comuni che appartenevano all'alleanza.

Poco dopo il ritorno in Germania del Barbarossa, la Lega fondò una nuova città, Alessandria, chiamata così in onore di Papa Alessandro III, che parteggiava con i comuni lombardi. La Lega Lombarda era infatti simbolicamente capeggiata dal Sommo Pontefice. La fondazione di una nuova città inferse un grave colpo all'autorità imperiale.

La quinta ed ultima discesa

Federico Barbarossa ed Enrico il Leone

Nel 1174 Federico Barbarossa, per tentare di risolvere definitivamente la situazione, scese in Italia per la quinta volta con un esercito di circa 10.000 uomini. Il Brennero, infatti, presidiato dalla Lega. Prima dello scontro risolutivo di Legnano, l'imperatore, che aveva varcato le Alpi passando dalla Savoia grazie al sostegno del conte Umberto III, riuscì ad assoggettare facilmente alcune città dell'Italia nordoccidentale tentando senza fortuna di conquistare anche Alessandria (1174-1175). Dopo questo sfortunato assedio, con l'esercito stremato, Federico Barbarossa si recò a Pavia (aprile 1175), sua alleata e poco prima saccheggiata dalle armate comunali, per tentare di trovare un accordo con l'esercito della Lega, ma senza successo. Durante le trattative l'imperatore pensò, ad un certo punto, che l'accordo fosse vicino e quindi licenziò la maggior parte del suo esercito. Le trattative fallirono nel maggio del 1175 e gli eserciti si prepararono alla guerra

Accortosi dell'errore compiuto, tra il gennaio ed il febbraio del 1176, l'imperatore, incontrò a Chiavenna il cugino Enrico il Leone ed altri feudatari con l'obbiettivo di chiedere rinforzi per la prosecuzione della sua campagna. Al diniego di Enrico, Federico Barbarossa si rivolse alla moglie ed ai vescovi di Colonia e Magdeburgo chiedendo truppe aggiuntive da spedire in Italia e si spostò a Bellinzona ad attenderle. Quando queste truppe giunsero, Federico si accorse che non erano così numerose come aveva sperato, dato che erano costituite solamente da un numero di cavalieri compreso tra i 1.000 ed i 2.000 (quest'ultima è però l'entità più probabile). Nonostante il numero insufficiente di rinforzi provenienti dalla Germania e da altri alleati italiani, l'imperatore decise di lasciare le vallate alpine riprendendo la marcia da Como verso Pavia in territorio ostile - ma caratterizzato da vaste zone ricoperte da una foresta impenetrabile che consentiva un viaggio relativamente sicuro - con l'obiettivo di riunirsi col resto delle sue milizie e di scontrarsi con le milizie lombarde nel Milanese oppure ad Alessandria. Federico Barbarossa fu infatti certo che una marcia a tappe forzate verso Pavia avrebbe potuto impedire alle truppe lombarde di intercettarlo. La Lega Lombarda, invece, decise di cercare il contatto con l'esercito imperiale il prima possibile per impedire la riunificazione delle milizie teutoniche. Per tale motivo, l'esercito della Lega era ancora a ranghi ridotti (15.000 uomini) non potendo contare su tutte le forze militari precettate nelle varie città facenti parte dell'alleanza (30.000 uomini), che stavano ancora convergendo su Milano. La Lega Lombarda era capeggiata dal cremonese Anselmo da Dovara e dal vicentino Ezzelino da Romano in rappresentanza delle due anime della coalizione, quella lombarda e quella veneta. Le operazioni militari erano invece guidate dal milanese Guido da Landriano.

Le fasi dello scontro

Federico Barbarossa a Cairate

Il sepolcro e una copia della croce di Ariberto d'Intimiano, nel duomo di Milano.

La notte tra il 28 ed il 29 maggio 1176, durante la sua discesa verso Pavia, l'imperatore si trovava con le sue truppe presso il monastero delle benedettine di Cairate per una sosta, che gli si rivelerà poi fatale. Federico Barbarossa, probabilmente, passò la notte a Castelseprio nel maniero dei conti dell'omonimo contado, che erano acerrimi nemici di Milano.

Il Barbarossa decise di fermarsi a Cairate per oltrepassare l'unica barriera naturale che lo frapponeva con la fedele Pavia (il fiume Olona) avendo la possibilità di entrare nella zona controllata dalla città alleata percorrendo i rimanenti 50 km in una giornata di cavallo. Nel complesso, secondo la maggior parte degli storici, l'esercito imperiale accampato a Cairate era formato da 3.000 uomini (2.000 dei quali erano i rinforzi provenienti dalla Germania), la stragrande maggioranza del quale era costituita da cavalleria pesante che era però anche in grado, in caso di necessità, di combattere a piedi. Nonostante la disparità numerica, l'entità dell'esercito teutonico era di tutto rispetto, dato che era formato da militari di professione. L'esercito della Lega era invece principalmente costituito da privati cittadini che potevano essere reclutati in caso di necessità. Nello specifico, i cavalieri, dato l'elevato costo del destriero e dell'armatura, erano di estrazione sociale elevata, mentre i fanti erano perlopiù contadini e cittadini provenienti dalle basse classi sociali

Il Carroccio a Legnano

L'informazione che il Barbarossa fosse accampato a Cairate non giunse però ai capi della Lega Lombarda, che erano infatti convinti che il Barbarossa fosse distante, ancora a Bellinzona in attesa delle truppe di rinforzo. Per questo motivo il Carroccio, scortato qualche centinaio di uomini, fu trasferito da Milano a Legnano risalendo il fiume Olona. Venne poi posizionato lungo una scarpata, presumibilmente boscosa, fiancheggiante l'Olona per avere una difesa naturale almeno su un lato, quello prospiciente il corso d'acqua. Il Carroccio, che trasportava la croce di Ariberto d'Intimiano, era l'emblema dell'autonomia dei comuni appartenenti alla Lega Lombarda. Queste truppe presero poi possesso della zona compresa tra Legnano, Busto Arsizio e Borsano. La restante parte dell'esercito della Lega Lombarda, che nel complesso era formato, come già accennato, da circa 15.000 uomini (3.000 dei quali erano cavalieri, e 12.000 erano fanti), seguiva invece con ragguardevole distacco lungo la strada tra il capoluogo lombardo e Legnano.

La scelta di collocare il Carroccio a Legnano non fu fortuita. All'epoca il borgo legnanese rappresentava, per chi proveniva da nord, il passaggio di accesso al contado milanese: tale varco doveva essere quindi chiuso e strenuamente difeso per prevenire l'attacco a Milano. Per tale motivo, a Legnano era presente una fortificazione alto medioevale, il castello dei Cotta, che fu realizzata all'epoca delle incursioni degli Ungari. Questo maniero fu poi utilizzato durante la battaglia di Legnano come baluardo difensivo. Un secondo motivo che spiega il posizionamento del carroccio a Legnano era collegato al fatto che il Legnanese era un territorio non ostile alle truppe della Lega Lombarda, dato che la popolazione della zona era ancora memore delle già citate devastazioni operate da Federico Barbarossa qualche anno prima, popolazione che avrebbe quindi fornito appoggio anche logistico alle truppe della Lega. Infine, bloccando il Barbarossa a Legnano, veniva anche impedito all'esercito imperiale di raggiungere a Pavia la restante parte dell'esercito. In poche parole, l'esercito comunale, a Legnano, si trovava in una posizione tale che avrebbe impedito all'imperatore entrambe le mosse, attaccare Milano oppure raggiungere Pavia. Nell'occasione, come già accennato, le operazioni militari vennero capeggiate dal milanese Guido da Landriano, già console e rettore del capoluogo meneghino ed esperto cavaliere.

Il primo contatto degli eserciti a Borsano

Cascina Brughetto a Sacconago

Dopo aver passato la notte a Cairate, Federico Barbarossa riprende la marcia verso Pavia dirigendosi verso il Ticino. Nel frattempo alcune avanguardie dell'esercito della Lega Lombarda di stanza a Legnano, che erano formate da 700 cavalieri, si staccarono dal grosso dell'esercito e perlustrarono il territorio tra Borsano e Busto Arsizio (secondo altre fonti, i cavalieri controllarono invece la zona tra Legnano e Borsano). A tre miglia da Legnano, nei pressi dell'odierna Cascina Brughetto, le truppe lombarde in avanscoperta incrociarono - appena fuori da un bosco - 300 cavalieri dell'esercito imperiale, che rappresentavano però solo le avanguardie delle truppe di Federico Barbarossa mandate in avanscoperta. Essendo numericamente superiori, i cavalieri della Lega Lombarda attaccarono la colonna imperiale riuscendo, perlomeno all'inizio, ad avere la meglio. Subito dopo i primi scontri l'imperatore Federico Barbarossa sopraggiunse con il grosso dell'esercito e caricò i lombardi. Alcuni cronisti dell'epoca riportano che i consiglieri del Barbarossa suggerirono all'imperatore di temporeggiare per preparare una nuova strategia, ma il Sovrano rifiutò per approfittare della superiorità numerica e per non indietreggiare verso territori ostili. Inoltre, la ritirata avrebbe intaccato il prestigio dell'Imperatore. Le sorti della battaglia si ribaltarono temporaneamente, dato che le truppe tedesche costrinsero le prime file dell'esercito lombardo ad indietreggiare in preda alla confusione.

La durezza degli scontri obbligò poi i cavalieri lombardi a ritirarsi verso Milano, lasciando soli i soldati che erano a Legnano a difesa del Carroccio. Il Barbarossa decise quindi di attaccare quest'ultimo con la cavalleria, dato che era difeso solo dalla fanteria e da un esiguo numero di milizie a cavallo. Infatti, secondo i canoni dell'epoca, la fanteria, che costituiva la maggior parte dell'esercito comunale, non era molto considerata in ambito militare, dato che era reputata nettamente inferiore alla cavalleria.

Il Carroccio durante la battaglia di Legnano in un dipinto di Amos Cassioli

A questo punto accadde un fatto eccezionale. A Legnano, i fanti, con i pochi cavalieri rimasti, attaccati dal Barbarossa, si sistemarono istintivamente intorno al Carroccio, ma a debita distanza e distribuendosi su una linea di 2/3 km, tramite un nuovo sistema di difesa, lo schiltron, che è simile alla falange macedone. I fanti lombardi si organizzarono su tre linee difensive a semicerchio, ognuna delle quali era formata da soldati protetti da scudi. Tra uno scudo e l'altro erano poi allungate le lance, con la prima fila di fanti che combatteva in ginocchio così da formare un coacervo di lance puntate contro il nemico. Durante il combattimento, che durò otto-nove ore dal mattino alle tre del pomeriggio con cariche divise da lunghe pause per far rifiatare e risistemare gli eserciti, le prime due linee alla fine cedettero, ma la terza resistette agli urti. Secondo altre fonti, le file che capitolarono furono invece quattro, con la quinta che non cedette agli attacchi.

Nel frattempo le truppe comunali che stavano ripiegando verso Milano incontrarono il grosso dell'esercito della Lega Lombarda che si stava muovendo verso Legnano. L'esercito comunale ora riunificato, dopo essersi riorganizzato, si mosse verso Legnano e giunto al Carroccio attaccò sui fianchi e da tergo le già stanche truppe imperiali. Con l'arrivo della cavalleria, anche i fanti intorno al carroccio passarono alla controffensiva. Intuendo che il cuore della battaglia fosse ormai intorno al carroccio, Federico Barbarossa, con l'audacia che gli era abituale, si gettò nel bel mezzo della mischia cercando di incoraggiare le sue truppe senza però apprezzabile risultato. L'imperatore, nel fervore della battaglia, venne disarcionato dal cavallo ferito a morte e sparì alla vista dei combattenti. In aggiunta, il portastendardo dell'esercito imperiale, morì trapassato da una lancia. I tedeschi, attaccati su due lati, cominciarono quindi a scoraggiarsi e andarono incontro, anche per i due motivi addotti, ad una sconfitta totale. La strategia degli imperiali di resistere fino a sera per poi, al termine dello scontro, ripiegare per rifiatare e riorganizzarsi non andò a buon fine.

Gli imperiali tentarono di fuggire verso il Ticino passando da Dairago e Turbigo, ma furono inseguiti dalle truppe della Lega Lombarda. Questa fuga durò per otto miglia. Le acque del fiume furono il teatro delle ultime fasi della battaglia, che si concluse con la cattura e l'uccisione di molti soldati dell'esercito imperiale. Inoltre, il campo militare di Federico Barbarossa fu saccheggiato. L'imperatore ebbe poi grosse difficoltà a sfuggire alla cattura ed a raggiungere la fedele Pavia.

Dopo la battaglia i milanesi scrissero ai bolognesi, loro alleati nella Lega, una lettera dove affermavano, tra le altre cose, di avere in custodia, proprio a Milano, un cospicuo bottino in oro e argento, lo stendardo, lo scudo e la lancia imperiale ed un grande numero di prigionieri, tra cui il conte Bertoldo di Zähringen (uno dei principi dell'Impero), Filippo d'Alsazia (uno dei nipoti dell'imperatrice Beatrice) e Gosvino di Heinsberg (cioè il fratello dell'arcivescovo di Colonia).

Le conseguenze della battaglia

Costanza: lapide commemorativa del trattato di pace.

La battaglia di Legnano pose fine al tentativo di egemonizzazione dei comuni dell'Italia settentrionale da parte di Federico Barbarossa. L'imperatore, infatti, con la sconfitta di Legnano, perse in sostanza l'appoggio dei principi tedeschi. Dopo i 10.000 cavalieri forniti all'inizio della sua quinta discesa ed i 3.000 faticosamente trovati poco prima della battaglia di Legnano, ed in seguito al fallimento dell'assedio di Alessandria e alla disfatta di Legnano, i principi tedeschi difficilmente avrebbero concesso altri aiuti all'Imperatore per sanare la situazione italiana che, a conti fatti, ben pochi benefici avrebbe portato. Federico Barbarossa, per cercare di risolvere il contenzioso, tentò quindi l'approccio diplomatico, che sfociò qualche anno più tardi nella pace di Costanza (25 giugno 1183). Grazie a questo trattato l'imperatore riconosceva la Lega Lombarda e dava concessioni ai Comuni che la componevano. La pace di Costanza fu firmata dopo i sei anni di armistizio che furono sottoscritti al congresso di Venezia (1177). In quest'ultimo accordo, l'Imperatore riconobbe, tra l'altro, Papa Alessandro III come legittimo pontefice e si sottomise al potere papale ricomponendo lo scisma.

I primi negoziati per la pace definitiva avvennero a Piacenza tra il marzo ed il maggio del 1183. La Lega Lombarda chiese a Federico Barbarossa la completa autonomia delle città e la possibilità di queste ultime di erigere liberamente mura e fortificazioni. Inoltre i comuni sarebbero dovuti essere esenti da ogni tipo di tasse e da qualsiasi ingerenza da parte dell'imperatore. Federico Barbarossa, in prima battuta, a queste richieste, si oppose fermamente. Poco prima dei negoziati di Piacenza, Alessandra si sottomise al potere imperiale e venne, di conseguenza, riconosciuta da Federico Barbarossa come città dell'Impero.

Il proseguo dei negoziati portò poi alla firma del trattato di Costanza. Questo accordo prevedeva innanzitutto, come già accennato, al riconoscimento della Lega Lombarda da parte di Federico Barbarossa. Per quanto riguarda le singole città, l'imperatore faceva concessioni amministrative, politiche e giudiziarie. In particolare, Federico Barbarossa concedeva un'ampia autonomia nei confronti della gestione delle risorse del territorio come i boschi, le acque e i mulini, rispetto alle cause giudiziarie e le relative pene, ed infine riguardo agli aspetti militari, come il reclutamento dell'esercito e la libera costruzione di mura difensive e di castelli. Per quanto le vicende giudiziarie, i vicari imperiali sarebbero intervenuti nelle contese solo per le cause d'appello che coinvolgevano beni o risarcimenti superiori a 25 lire, ma applicando le leggi vigenti nei singoli comuni. Inoltre confermava le consuetudini che le città avevano conquistato nei trent'anni di scontri con l'Impero e concedeva ufficialmente alle municipalità il diritto di avere un console. Il console però doveva giurare fedeltà all'Imperatore. I comuni della Lega Lombarda, invece, riconoscevano formalmente l'autorità imperiale e accettarono di pagare il fodro ma non le regalie, che rimanevano ai comuni. Inoltre, le municipalità italiane accettarono di versare all'Impero 15.000 lire una tantum ed un obolo annuo di 2.000 lire. A guadagnarci dalla sconfitta di Federico Barbarossa non furono solo i comuni lombardi, ma anche il Papato, che riuscì a rimarcare la sua posizione di superiorità sull'Impero.

La pace di Costanza fu l'unico riconoscimento imperiale delle prerogative dei comuni lombardi. Per tale motivo, venne celebrata per secoli.

L'analisi della battaglia

La battaglia di Legnano fu uno scontro rilevante che coinvolse un numero ragguardevole di uomini. Altre battaglie importanti che sono state combattute nello stesso periodo impiegarono un numero di soldati paragonabile. Ad esempio, nella battaglia di Muret furono coinvolti 1.400 cavalieri aragonesi e 800 francesi. Per quanto riguarda invece la strategia, la battaglia di Legnano fu accuratamente preparata da entrambe le fazioni. Ad esempio, il Barbarossa, scelse accuratamente il luogo dove attraversare le Alpi; per riuscire agevolmente a raggiungere Pavia, decise di varcare le montagne nell'arco alpino centrale in luogo del Brennero. La seconda scelta avrebbe infatti causato un tragitto molto più lungo in territorio nemico. Inoltre, accorciando il tragitto verso Alessandria, suo reale obiettivo, puntò sull'effetto sorpresa, ed in parte ci riuscì. Anche i capi della Lega Lombarda agirono con lungimiranza: per battere sul tempo l'imperatore, anticiparono i tempi e si mossero verso Legnano per sbarragli la strada verso il resto del suo esercito obbligandolo a combattere in un territorio conosciuto e quindi favorevole alle forze comunali.

Una delle fasi più importanti della battaglia fu l'energica resistenza della fanteria intorno al Carroccio dopo il temporaneo ripiegamento della cavalleria. Sotto l'emblema dell'autonomia delle loro municipalità, i fanti lombardi, in inferiorità numerica, resistettero contro un esercito superiore e per di più a cavallo. Inoltre, il Carroccio aveva anche una funzione tattica. Essendo un simbolo molto importante, in caso di ripiegamento, l'esercito lombardo sarebbe stato obbligato a proteggerlo ad ogni costo. Come conseguenza, proprio per stare attorno al carro, i fanti lombardi formarono inavvertitamente uno schiltron. La posizione delle lance all'interno di questa formazione, che erano tutte rivolte all'esterno, fu sicuramente un altro motivo responsabile della vittoriosa resistenza, dato che costituì un baluardo difensivo difficilmente superabile. Infine, le truppe comunali, dato che erano raggruppate su base territoriale, erano legate da rapporti di parentela o di vicinato che compattarono ulteriormente le fila. Oltre a combattere per i loro sodali, combattevano anche per la libertà della loro città e per gli averi che possedevano nelle loro proprietà.

Questa battaglia rappresenta un esempio in cui la fanteria medievale ha dimostrato il suo potenziale tattico nei confronti della cavalleria. La vittoria dei lombardi va però anche ripartita con la cavalleria leggera giunta in seguito, che assestò la carica decisiva contro gli imperiali.

Le fonti ed i luoghi dello scontro

La battaglia di Legnano in un dipinto di Massimo d'Azeglio (1831)

Oggi è difficile stabilire con precisione i luoghi esatti dove avvennero gli scontri. Il motivo principale risiede nella scarsità di informazioni autentiche scritte dai cronisti contemporanei. In media, le cronache dell'epoca che trattano della battaglia di Legnano, sono composte da brevi scritti che sono formati da un numero di parole compreso tra cento e duecento. L'eccezione è la "Vita di Alessandro III" redatta dal cardinale Bosone, che raggiunge le quattrocento parole. In aggiunta, c'è stato anche il problema delle storpiature dei toponimi effettuate dai copisti dell'epoca, che non conoscevano i luoghi della zona.

Le fonti contemporanee che trattano della battaglia di Legnano di dividono in tre categorie: le cronache redatte dai milanesi o dalle città federate nella Lega Lombarda, quelle scritte dai tedeschi o dai loro alleati ed i documenti ecclesiastici di parte papale. Le cronache milanesi, su cui spicca un documento compilato da due cronisti anonimi (le due parti del testo, una scritta da un anonimo tra il 1154 ed il 1167 e l'altra da un altro cronista sconosciuto che completò l'opera nel 1177, sono state poi ricopiate nel 1230 da Sire Raul), riportano all'unanimità che la battaglia sia stata combattuta de, apud, ad Lignanum oppure inter Legnanum et Ticinum. Riportano apud Legnanum anche gli annali di Brescia, di Crema, il cronista genovese Ottobono, il vescovo di Crema e Salimbene da Parma.

Le cronache contemporanee di parte tedesca, invece, non specificano i luoghi dello scontro ma si limitano a descrivere gli avvenimenti. Tra i documenti di parte teutonica, i più importanti sono gli annali di Colonia, gli scritti di Ottone di Frisingia e le cronache di Goffredo da Viterbo.

Le fonti ecclesiastiche più importanti sono invece gli scritti dell'arcivescovo di Salerno e la già citata "Vita di Alessandro III" redatta dal cardinale Bosone. I primi non riferiscono l'indicazione dei luoghi, mentre i secondi riportano il toponimo storpiato di Barranum.

Tra le fonti posteriori alla battaglia, Bonvesin de la Riva, che scrive circa un secolo dopo il combattimento, afferma che lo scontro sia avvenuto inter Brossanum et Legnanum, mentre Goffredo da Bussero, contemporaneo di Bonvesin de la Riva, riporta che imperator victus a Mediolanensisbus inter Legnanum et Borsanum.

La prima fase della battaglia, che è collegata allo scontro iniziale tra i due eserciti, pare abbia avuto luogo tra Borsano e Busto Arsizio. Questa tesi è suffragata, tra l'altro, anche da un libro di monsignor Carlo Annoni dove viene citato il documento del cronista anonimo, forse riportato successivamente da Sire Raul, nella cui opera ("Gesta Federici I imperatoris in Lombardia" ovvero "Le gesta dell'imperatore Federico I in Lombardia") si racconta che:

(LA)

« Postea vero MCLXXVI quarto Kal. Iunii, die sabbati, cum essent Mediolanenses iuxta Legnanum, et cum eis essent milites Laude L et milites Novarie et Vercellarum circa trecentos, Placentie vero circa duecentos, militia Brixie et Verone et totius Marchie, pedites vero proficiscebantur ad exercitum Mediolanensium: Federicus imperator erat cum Cumanis omnibus castrametatus iuxta Cairate cum Theothonicis militibus fere mille; et dabatur, quod erant duo milia, quos venire fecerat per Disertinam tam privatissime, quod a nemine Longobardorum potuit sciri. Imo cum dicebatur, quod esset apud Bilinzonam, fabulosum videbatur. Et cum vellet transire et Papiam ire, credens, quod Papienses deberent ei obviare, Mediolanenses obviaverunt ei cum suprascriptis militibus inter Borxanum et Busti Arsitium, et ingens proelium inchoatum est. Imperator vero milites qui erant ex una parte iuxta carocerum fugavit, ita quod fere omnes Brixienses et de ceteris pars magna fugerunt usque Mediolanum et viriliter pugnaverunt. Postremo imperator versus est in fugam, Cumani vero fere omnes capti fuerent, Theothonicorum multi capti, interfecti, et muti in Ticino necati sunt. »
(IT)

«  Poi sabato 29 maggio 1176, mentre i Milanesi si trovavano presso Legnano insieme con cinquanta cavalieri di Lodi, circa trecento di Novara e Vercelli, circa duecento di Piacenza, con la milizia di Brescia, Verona e di tutta la Marca (i fanti di Verona e di Brescia erano in città, altri erano vicino per strada e venivano a raggiungere l'esercito dei Milanesi), l'imperatore Federico era accampato con tutti i Comaschi presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi, e si diceva che fossero duemila quelli che aveva fatto venire attraverso la valle di Disentis così segretamente che nessuno dei Lombardi aveva potuto saperlo. Anzi, quando si diceva che erano presso Bellinzona, sembrava una favola. L'imperatore voleva passare ed andare a Pavia, credendo che i Pavesi dovessero venirgli incontro. Invece gli vennero, incontro i Milanesi con i cavalieri indicati sopra, tra Borsano e Busto Arsizio, e fu attaccata un'ingente battaglia. L'imperatore mise in fuga i cavalieri che erano da una parte presso il carroccio, cosicché quasi tutti i Bresciani e gran parte degli altri fuggirono verso Milano, come pure gran parte dei migliori Milanesi. Gli altri si fermarono, presso il carroccio con i fanti di Milano e combatterono eroicamente. Infine l'imperatore fu volto in fuga, i Comaschi furono catturati quasi tutti, dei Tedeschi molti furono presi ed uccisi, molti morirono nel Ticino  »
(Cronista anonimo, Le gesta dell'imperatore Federico I in Lombardia)

Per quanto riguarda invece le fasi finali della battaglia, che sono ricollegate alla difesa del Carroccio ed ai successivi e risolutivi scontri tra i due eserciti, esiste un'opera che ci fornisce un'indicazione importante. In tale testo (la "Vita di Alessandro III" del cardinale Bosone, che fu, come già accennato, contemporaneo della battaglia) si indicano i toponimi, evidentemente storpiati dai copisti, di Barrano e Brixiano, che potrebbero indicare Legnano e Borsano oppure Busto Arsizio e Borsano. Nel citato documento è però indicata con precisione la distanza tra il luogo delle ultime fasi della battaglia e Milano, 15 miglia, che è la distanza esatta tra Legnano ed il capoluogo lombardo. Questa distanza di 15 miglia è stata poi utilizzata per riferirsi a Legnano anche in documenti successivi. Tale fonte cita anche la distanza di 3 miglia da Legnano in riferimento al primo contatto dei due eserciti, confermando l'ipotesi che questa fase dello scontro sia avvenuta tra Borsano e Busto Arsizio.

Invece, per quanto riguarda l'individuazione del luogo dove le truppe della Lega Lombarda in fuga incontrarono la restante parte dell'esercito, le fonti sono discordanti. Le cronache del cardinal Bosone riportano infatti che l'incrocio dei due eserciti sia avvenuto a mezzo miglio dal carroccio, mentre gli annali di Piacenza riferiscono che il contatto sia avvenuto nei pressi di Milano.

Il fiume Olona a Legnano

Per quanto concerne invece l'ubicazione esatta del Carroccio in riferimento ai toponimi della Legnano attuale, una delle cronache dello scontro, gli Annali di Colonia, contiene un'informazione importante: " at Longobardi aut vincere aut mori parati, grandi fossa suum exercitum circumdederunt, ut nemo, cum bello urgeretur, effugere posset ", ossia "i lombardi pronti a vincere o a morire sul campo, collocarono il proprio esercito all'interno di una grande fossa, in modo tale che quando la battaglia fosse stata nel vivo, nessuno sarebbe potuto fuggire". Ciò farebbe pensare al fatto che il carroccio fosse situato sul bordo di un ripido pendio fiancheggiante l'Olona così che la cavalleria imperiale, il cui arrivo era previsto lungo il corso del fiume, sarebbe stata obbligata ad assalire il centro dell'esercito della Lega Lombarda risalendo tale avvallamento. Considerando le fasi dello scontro questo potrebbe significare che le fasi cruciali a difesa del Carroccio siano state combattute sul territorio dei quartieri legnanesi di San Martino oppure di "costa di San Giorgio", non essendo in altra parte del Legnanese individuabile un altro avvallamento con le caratteristiche adatte alla sua difesa. Considerando l'ultima ipotesi citata, lo scontro finale potrebbe essere avvenuto anche su parte del territorio ora appartenente al comune di San Giorgio su Legnano.

Una leggenda popolare narra che a quei tempi una galleria sotterranea metteva in comunicazione San Giorgio su Legnano al castello di Legnano e che per questo cunicolo Federico Barbarossa fosse riuscito a fuggire ed a salvarsi dopo la disfatta militare. Nel XX secolo, durante alcuni scavi, furono effettivamente trovati dei tronconi di una galleria sotterranea molto antica. Il primo, non lontano da San Giorgio su Legnano, fu esplorato da uno degli operai che lo riportarono alla luce. L'operaio venne dissuaso dall'esplorazione dopo aver percorso 5 o 6 metri a causa di un fiato di vento che gli spense la candela. Un secondo troncone fu scoperto a Legnano e subito ostruito dall'Amministrazione comunale per ragioni di sicurezza. Inoltre, durante alcuni scavi effettuati nel 2014 presso il castello di Legnano, è stato individuato l'ingresso di una galleria segreta.

Alberto da Giussano e la Compagnia della Morte

La basilica di San Simpliciano di Milano

Secondo una leggenda raccontata per la prima volta dal cronista trecentesco Galvano Fiamma, che scrisse 150 anni dopo la battaglia, alla testa della cavalleria lombarda si trovava la Compagnia della Morte. Tale compagine era composta da 900 cavalieri ed era guidata, sempre secondo Galvano, da Alberto da Giussano. La compagnia delle morte doveva il suo nome al giuramento che fecero i suoi componenti, che prevedeva la lotta fino all'ultimo respiro, senza mai abbassare le armi. I membri della compagnia pare provenissero principalmente da Brescia e da altri comuni della Lombardia orientale. La Compagnia della Morte, secondo il racconto di questo cronista, diresse la carica finale contro l'esercito imperiale, che venne messo in rotta: l'imperatore, disarcionato, fuggì poi a piedi.

I racconti di Fiamma andrebbero presi però con il beneficio del dubbio dato che nelle sue cronache sono presenti delle inesattezze, delle imprecisioni oltre che dei fatti leggendari. Per quanto concerne quest'ultimo aspetto Fiamma dichiara che un certo "prete Leone" abbia visto tre colombe uscire dalle sepolture dei santi Sisinnio, Martirio e Alessandro (festeggiati proprio il 29 maggio) alla basilica di San Simpliciano a Milano. I tre uccelli si appoggiarono poi sul Carroccio durante la battaglia e causarono la fuga del Barbarossa. Le tre colombe, impaurite dai furiosi combattimenti, si ripararono poi in una zona boscosa della località San Bernardino a Legnano. In queste cronache è anche citato il fatto che le compagini militari che difesero il Carroccio fossero tre. La prima era la già citata Compagnia della Morte, che comprendeva 900 cavalieri, ognuno dei quali sarebbe stato provvisto di un anello d'oro. La seconda compagnia era invece formata da 300 popolani a guardia del carroccio, mentre la terza sarebbe stata costituita da 300 carri falcati, ognuno dei quali era guidato da dieci soldati.

Da queste asserzioni si può certamente dedurre l'inattendibilità dei racconti del Galvano. È infatti inverosimile che la battaglia sia stata vinta dalla Lega Lombarda grazie a tre colombe che misero in fuga il Barbarossa e pare molto poco probabile che prete Leone abbia visto l'intero itinerario dei tre uccelli dalle tombe dei santi fino a Legnano. Inoltre pare altrettanto dubbio il fatto che Milano, durante la situazione di ristrettezza economica causata dalla guerra, avesse fornito ben 900 anelli d'oro ai cavalieri. In aggiunta pare strano che le altre cronache dell'epoca non menzionino né la presenza di 300 carri falcati, che sarebbe stato un avvenimento molto particolare senz'altro degno di nota, né Alberto da Giussano e neppure la Compagnia della Morte. Inoltre, le cronache dell'epoca non citano né Alberto da Giussano e neppure le tre compagnie militari. Galvano Fiamma, infine, nei suoi scritti riporta il toponimo di "Carate" in luogo di Cairate ed asserisce che gli scontri tra il Barbarossa e la Lega Lombarda siano stati ben due, una a "Carate" (1176) e la seconda tra Legnano e Dairago (29 maggio 1177), inventando quindi una fantomatica battaglia di Carate e spostando lo scontro di Legnano l'anno successivo. Ciò suffraga la tesi che questi fatti raccontati in realtà non siano altro che delle fantasie di Galvano. Il fatto che Alberto da Giussano e la Compagnia della morte non siano mai esistiti è stata poi confermata da molte analisi storiche che si sono svolte nei decenni.

Il significato postumo

Corso Garibaldi verso piazza San Magno a Legnano in una foto d'epoca. Sulla sinistra, si intravede il balcone da cui Giuseppe Garibaldi parlò ai legnanesi

Nei secoli successivi la battaglia di Legnano non restò nella memoria degli italiani perché all'epoca non esisteva una coscienza collettiva nazionale. L'Italia, all'epoca, continuò ad essere divisa in molti stati - autonomi o dipendenti da potenze straniere - che erano caratterizzati da usi, costumi e lingue differenti. Iniziò ad essere considerata come uno dei simboli della lotta per l'unità nazionale nel XIX secolo, quando l'Italia iniziò ad essere percorsa da quei fermenti patriottici che erano indirizzati alla cacciata degli austriaci dal suolo nazionale. In questo contesto, la battaglia di Legnano fu riscoperta dagli intellettuali dell'epoca, e ciò fu anche causato dalla medesima origine teutonica che accomunava Federico Barbarossa agli imperatori austriaci. In particolare, nel XIX secolo, gli intellettuali risorgimentali diedero molta evidenza ai fatti leggendari collegati alla battaglia, come la presenza, tra le fila della Lega Lombarda, di Alberto da Giussano oppure la comparsa delle tre colombe sul carroccio che misero in fuga Federico Barbarossa. Un'analisi storica meno influenzata da connotati romanzeschi e mitizzato iniziò ad essere praticata dalla fine del XIX secolo, cioè a Risorgimento concluso

Da un punto di vista strettamente storico, la battaglia di Legnano non fece però parte di una guerra contro lo straniero. Infatti, nell'esercito imperiale, erano compresi anche i pavesi e i comaschi, che si allearono con il Barbarossa per arginare l'espansione di Milano. I comuni italiani che presero parte alla battaglia, sia quelli che appartenevano alla Lega Lombarda che quelli alleati con Federico Barbarossa, facevano ognuno gli interessi della propria municipalità ed con i primi, in particolare, che non erano mossi da sentimenti nazionali contro lo straniero invasore. L'unico obiettivo dei comuni era quello di ottenere una forte autonomia dall'impero.

Il 16 giugno 1862, in pieno periodo risorgimentale, Giuseppe Garibaldi visitò Legnano. Da un balcone di un palazzo del centro cittadino l'Eroe dei due mondi fece un discorso ai legnanesi incitandoli ad erigere un monumento in ricordo della battaglia. I legnanesi seguirono l'esortazione di Garibaldi e nel 1876 innalzarono un primo monumento in occasione settecentesimo anniversario dello scontro. Questa statua, che venne realizzata da Egidio Pozzi, fu poi sostituita nel 1900 da quella attuale, che è invece opera di Enrico Butti.

La battaglia di Legnano nelle arti

Giuseppe Verdi

Nella musica, l'opera lirica più importante che ebbe come soggetto lo scontro fu La battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi. Scritta su libretto di Salvadore Cammarano in quattro atti, debuttò il 27 gennaio 1849 al Teatro Argentina di Roma. Ottenne un grande successo grazie alle forti tinte patriottiche della trama. Di una certa importanza fu Il patto di Pontida di Domenico Panizzi, un inno scritto per essere cantato ed accompagnato da un pianoforte. Per il settimo centenario della battaglia, Leopoldo Marenco scrisse un inno che fu musicato da Filippo Sangiorgio e che venne eseguito il 28 maggio 1876 in piazza Duomo a Milano da 200 voci e 150 musicisti.

In ambito letterario, tra le rime più importanti che ricordano la battaglia di Legnano ci furono quelle scritte da Giovanni Berchet nel poemetto lirico La Fantasie (1829). Giosuè Carducci, alla vittoria della Lega Lombarda a Legnano, dedicò una poesia, Il Parlamento, che fa parte del poema La canzone di Legnano. Versi ad Alberto da Giussano vennero decantati da Gabriele D'Annunzio, mentre il Carroccio fu celebrato da alcune rime di Giovanni Pascoli. La Lega Lombarda fu invece immortalata da versi di Cesare Cantù e da un dramma di Luigi Capranica. Dedicata ad Alberto da Giussano è anche una ballata di Felice Cavallotti ed una poesia di Roberto Mandel. Giovanni Bertacchi ha invece dedicato alcuni suoi versi a Legnano. La città del Carroccio è stata spesso menzionata in diversi proclami patriottici di Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.

Per quanto riguarda le arti figurative, il pittore che ha più di tutti immortalato la battaglia di Legnano e gli eventi connessi è stato Amos Cassioli. Le sue opere sono conservate nella Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti e nel Palazzo Pubblico di Siena. Altri pittori che si sono cimentati nella pittura di questo soggetto sono stati Gaetano Previati, la cui opera è conservata nel Museo civico Sutermeister di Legnano, e Gallo Gallina, la cui incisione a colori si trova nella sala giunta a Palazzo Malinverni, sede del municipio della città del Carroccio. Ludovico Pogliaghi ha dipinto un gran numero di opere raffiguranti la storia di Milano del XII secolo, e la battaglia di Legnano non è stata un'eccezione. Andrea Cefaly ha realizzato un'opera raffigurante Alberto da Giussano che è conservata al Museo Provinciale di Catanzaro. Massimo d'Azeglio ha invece raffigurato la battaglia di Legnano su una tela conservata presso la Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino.

Per quanto riguarda le sculture, le due opere più importanti realizzate sulla battaglia di Legnano sono le già citate statue di Alberto da Giussano di Egidio Pozzi ed Enrico Butti.

Ricorrenze

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palio di Legnano.
Festeggiamenti in piazza San Magno a Legnano per i 700 anni dalla Battaglia di Legnano (1876). Sullo sfondo, gli edifici che all'epoca erano di fronte alla basilica di San Magno
Il Carroccio durante la sfilata storica del Palio di Legnano 2007

Le commemorazioni documentate più antiche della battaglia di Legnano si svolsero il 29 maggio 1393 a Milano nella basilica di San Simpliciano. Nell'occasione, il 29 maggio fu dichiarato giorno di festività per tutto il contado milanese. Nel 1499, con l'invasione del Ducato di Milano da parte dei francesi, la festività fu soppressa. La ricorrenza fu ristabilita da san Carlo Borromeo nel 1596 per poi essere nuovamente sospesa nel 1784.

Il 29 maggio tornò ad essere festeggiato durante il risorgimento. Le due commemorazioni più grandiose furono quelle del 1848 a Milano durante i moti insurrezionali e quelle del 1876 a Legnano, in occasione del settimo centenario della battaglia.

Sull'onda dei festeggiamenti del settimo centenario, a Legnano vennero organizzate saltuariamente, dalla popolazione, diverse commemorazioni della battaglia. La prima celebrazione organizzata dalle autorità cittadine fu quella predisposta nel 1932, che venne chiamata "Festa del Carroccio". Questo evento comprendeva una fiera gastronomica, una sfilata storica ed una gara ippica organizzata al locale campo sportivo Brusadelli che non si concluse per un infortunio ad un fantino.

A Legnano, per commemorare la battaglia, si svolge annualmente dal 1935, nell'ultima domenica di maggio, il Palio cittadino. Già dall'anno successivo, il nome della manifestazione mutò in "Sagra del Carroccio". Ciò fu dovuto ad un ordine diretto di Benito Mussolini, che obbligò gli organizzatori della manifestazione legnanese a cambiare il nome dell'evento in modo tale che il termine "Palio" fosse associato, in via esclusiva, solo all'omonima manifestazione di Siena. Nel 2006 questa manifestazione è tornata a chiamarsi "Palio di Legnano".

Alla corsa ippica a pelo che chiude la manifestazione concorrono le otto contrade storiche della città. La rievocazione storica comprende anche un corteo di oltre mille figuranti in abiti medievali, fedeli ricostruzioni dell'epoca. Il corteo si snoda attraverso Legnano per finire allo stadio della città, dove ha poi luogo la gara ippica.

In ambito istituzionale, la data del 29 maggio è stata scelta come festa regionale della Lombardia.

Note

Bibliografia

  • Lodovico Antonio Muratori, Annali d'Italia: dal principio dell'era volgare sino all'anno MDCCXLIX, Volume 4, Giachetti, 1868, ISBN non esistente.
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  • Paolo Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Laterza, 2010, ISBN 978-8-84209-243-8.
  • Giorgio D'Ilario, Egidio Gianazza, Augusto Marinoni, Legnano e la battaglia, Edizioni Landoni, 1976, ISBN non esistente.
  • Elena Percivaldi, I Lombardi che fecero l'impresa. La Lega Lombarda e il Barbarossa tra storia e leggenda, Ancora Editrice, 2009, ISBN 8-85140-647-2.
  • Rosario Villari, Mille anni di storia, Laterza, 2000, ISBN 978-8-8420-778-86.
  • Luigi Ferrario, Notizie storico statistiche (ristampa anastatica, Busto Arsizio, 1864), Busto Arsizio, Atesa, 1987, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\MIL\0017275.
  • Giorgio D'Ilario, Egidio Gianazza, Augusto Marinoni, Marco Turri, Profilo storico della città di Legnano, Edizioni Landoni, 1984, ISBN non esistente, SBN IT\ICCU\RAV\0221175.
  • Attilio Agnoletto, La battaglia di Legnano è avvenuta nel territorio sangiorgese ? (capitolo scritto da Augusto Marinoni) in San Giorgio su Legnano - storia, società, ambiente, Edizioni Landoni, 1992, ISBN non esistente.
  • Franco Cardini, Marina Montesano, Storia Medievale, Le Monnier, 2006, ISBN 978-88002-047-43.

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